Regia: Giuseppe Tornatore baariaSceneggiatura: Giuseppe Tornatore
Attori: Francesco Scianna, Margareth Madè, Raoul Bova, Laura Chiatti, Monica Bellucci, Enrico Lo Verso, Nicole Grimaudo, Gabriele Lavia, Beppe Fiorello, Giorgio Faletti, Paolo Briguglia, Vincenzo Salemme, Aldo, Luigi Lo Cascio, Leo Gullotta, Nino Frassica, Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Giovanni, Giacomo  
Ruoli ed Interpreti
Musiche: Ennio Morricone
Produzione: Medusa Film
Distribuzione: Medusa Film
Paese: Italia 2008
Uscita Cinema: 25/09/2009
Genere: Drammatico, Commedia epica
Durata: 150 Min
Formato: Colore


Trama del film
:
"Baaria" è l’antico nome fenicio della città siciliana di Bagheria. Attraverso le vicende di tre generazioni di una famiglia di Bagheria, il film racconterà un secolo di storia italiana, con le Guerre Mondiali e l’avvicendarsi, sulla scena politica, di Fascismo, Comunismo, Democrazia Cristiana e Socialisti.

RECENSIONI

Un affresco corale sulla memoria collettiva che diventa un omaggio al cinema del passato
La storia di una famiglia siciliana che prende le mosse dal ventennio fascista in cui Cicco, sin da bambino apertamente contestatore, è un pastore che ha la passione per la letteratura epica. Suo figlio Peppino, cresciuto durante la guerra, entrerà nelle file del Partito Comunista divenendone un esponente di spicco sul piano locale e riuscendo a sposare, nonostante la più assoluta opposizione della famiglia di lei, Mannina che diventerà madre dei loro numerosi figli che saranno comunque considerati da alcuni sempre e comunque ‘figli del comunista'.
Tornatore riprende a narrare della terra che ama, la Sicilia, e lo fa con un affresco collettivo che abbraccia numerosi decenni della storia del secolo scorso. Lo fa con quel piglio che a tratti travalica nell'enfasi che ormai gli è proprio quando torna cinematograficamente a varcare lo Stretto di Messina (e che gli procura tante critiche) ma anche con la sincera voglia di fare cinema a tutto campo. Fare cinema si traduce per lui in un omaggio consapevole e dichiarato a quanti lo hanno preceduto (qui in modo particolare a Sergio Leone ma non solo) senza però rinunciare a un proprio stile narrativo che procede per accumulo di immagini e di situazioni. È una corsa contro il tempo quella che ci viene proposta sin dall'inizio con la figura del bambino che apre il film. Corsa contro il tempo che cancella una memoria collettiva che sembra progressivamente non esistere più e che Tornatore vuole restituirci scegliendo la via della spettacolarità rivolta al pubblico più vasto possibile. C'è una scena in cui Peppino torna a Bagheria dopo essere emigrato per lavoro a Parigi. Ha ancora in mano la valigia e un gruppo di suoi conoscenti, incontrandolo, gli chiede per dove stia partendo. Nessuno di loro si è accorto della sua assenza. Oggi ben pochi sembrano accorgersi della perdita della conoscenza di un passato recente in cui umiliazioni, lotte e parziali vittorie lasciavano segni profondi nella collettività. Segni che, come l'affresco sulla volta della chiesa, 'dovevano' essere cancellati. Ma ciò che al regista sembra premere ancor di più è il mostrare come il retaggio di un passato di tradizioni ormai incancrenite nella società non sia stato ancora superato nella realtà sociale siciliana e non solo. La sequenza dell'assessore all'urbanistica non vedente che si
fa portare i piani regolatori in plastico e li apprezza solo dopo aver intascato l'ineludibile mazzetta è di quelle che si ricordano. Così come (pur nel caleidoscopio a tratti pensoso e a tratti decisamente macchiettistico della miriade di personaggi che attraversano la scena) resta presente, nello scorrere degli anni e delle vicende, la pessimistica sensazione di una sorta di atavica maledizione a causa della quale le uova rotte e i serpenti neri finiscono col far parte del passato, del presente e del futuro di una terra che ha bisogno di una frattura traumatica per poter liberare una volta per tutte una vitalità creativa che certo non le manca.

Paolo D'Agostini - Testata: la Repubblica
Perché "Baarìa" è un film riuscito? Malgrado le obiezioni che ha già sollevato e solleverà. Quelle scaturite dalla cronaca e dalle polemiche del momento (il costo molto impegnativo, il cinema di sinistra fatto con i soldi di Berlusconi), come i consueti rimproveri allo stile del regista (gigantismo, retorica) o il loro contrario (episodico, frammentario, bozzettistico). Il bello sta proprio nella spiazzante combinazione di un kolossal minimalista o, come ha detto Tornatore, di una commedia epica. E nel ripercorrere una grande storia collettiva ed epocale - con una certa affinità con la chiave scelta da Placido nel "Grande sogno" - attraverso le proprie memorie, il patrimonio intimo delle storie di paese (Bagherìa, alle porte di Palermo, luogo natale di Giuseppe) e di famiglia. La sua famiglia: suo nonno, i suoi genitori. Soprattutto la storia dell'utopia comunista, ma vista attraverso l'esistenza, le scelte, l'esempio e l'insegnamento di un uomo. Suo padre.

Gian Luigi Rondi - Testata: Il Tempo
Il film più importante di Giuseppe Tornatore. Un'epopea che mantiene i climi epici anche quando i tanti penonaggi che emergono in primo piano dalle fitte schiere di un coro, sono persone comuni, seguite dagli Anni Trenta agli Ottanta in quella Bagheria, celebrata da un dipinto famoso di Guttuso, che però chi la abita, in dialetto siciliano preferisce chiamare Baarìa, da cui il titolo. (...) Tornatore ha fuso il privato con il pubblico dando spazi simili all'individuo e al coro. Con immagini in cui la realtà diventa pittura, con figure, al loro centro, che si propongono con esattezza (fra il dramma e i lampi di ironia). Mentre dei ritmi ariosi con echi di canto le portano avanti con logiche serrate, grazie anche alle musiche splendide di Ennio Morricone che sanno perfettamente aderire sia alle varie epoche sia ai tanti caratteri cui dar sempre toni ispirati. Eguale perfezione negli interpreti. Il protagonista, Francesco Scianna, pur noto in teatro, al cinema e in tv, qui ha un volto nuovo con espressività originali. Al suo esordio, invece, la modella catanese Margareth Madé, che però gli si adegua. Attorno, anche in parti di fianco, nomi notissimi del nostro cinema. Per rendere omaggio a Tornatore e al suo film.

Paolo Mereghetti - Testata: Il corriere della sera
Probabilmente "Baarìa" non è il film più costoso della storia del cinema italiano (25 milioni di euro dichiarati, forse anche qualche cosa di più per ricostruire un'intera città in Tunisia), ma sicuramente è uno dei più ambiziosi. E non tanto per la storia raccontata - una cinquantina d'anni di vita bagariota, grossomodo dai Trenta agli Ottanta, focalizzati su due generazioni e mezzo di Torrenuova, cioè di Tomatore - ma per la voglia di tornare a usare il cinema come "macchina poetica", come miccia per innescare fantasia e meraviglia insieme, recuperando le potenzialità narrative, le ambizioni didattiche e le capacità di mediazione culturale che il cinema sembra aver smarrito da troppo tempo. Ambizioni d'affresco epico ma, per fortuna, senza epicità e senza facile nostalgia (nonostante una colonna sonora tonitruante di Morricone) dove una sceneggiatura "antiretorica" (di Tomatore) e una regia molto spettacolare riescono a equilibrarsi perfettamente e a trovare il difficile punto d'incontro tra la storia di un paese e quella di una famiglia, tra tentazione sociologica e concessioni cronachistiche, tra episodi reali e invenzioni fantasiose, tra memoria e riflessione. (...) Certo, in due ore e 30 minuti di proiezione non tutto funziona alla perfezione, e il gusto per una favola un po' troppo sottolineata ogni tanto fa capolino (...), ma alla fine ti senti tirato dentro in questo spaccato di vita siciliana. Forse non ne sai molto di più su Bagheria ma ti sembra di esserne diventato una piccola parte e come il popolo in piazza al comizio di Placido vien voglia di gridare insieme a tutti: "acqua!".

"La grande forza del film, da cui gli spettatori italiani saranno privati per ragioni di mercato, e che la folla di attori che lo popolano parla in dialetto baarioto, con quelle grida gutturali che ci ricordano una regione, una nazione che avevamo dimenticato in tutta la sua sottomissione primitiva, la sua superstiziosa rassegnazione, il suo abbandono. In italiano il film sarà più comprensibile, ma meno commovente e ipnotizzante, perchè i suoni di quella lingua quasi selvaggia aderiscono completamente alle persone e ne esaltano le storie." (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 03 settembre 2009)