Regia: Emilio Martínez Lázaro
Attori: Fernando Pardo, Pilar López de Ayala, Veronica Sánchez, Gabriella Pession, Marta Etura, Nadia de Santiago, Teresa Hurtado de Ory, Bárbara Lennie, Alba Alonso, Cèlia Pastor, Silvia Mir, Sara Martín, María Cotiello, Miren Ibarguren, Carmen Cabrera, Adriano Giannini, Enrico Lo Verso
Ruoli ed Interpreti
Produzione: Enrique Cerezo Producciones Cinematográficas S.A., Pedro Costa Producciones Cinematográficas S.A.
Distribuzione: FilmExport
Paese: Spagna 2007
Uscita Cinema: 28/08/2009
Genere: Drammatico
Formato: Colore


Trama del film:
Madrid 1939 fine della guerra civile spagnola, le truppe del generale Franco sono alle porte. Tredici giovanissime ragazze, militanti pacifiche della Brigata Socialista e impegnate nell'assistenza ai più deboli, vengono arrestate con l'accusa di aver partecipato al complotto per assassinare il generale Franco. Braccate e imprigionate, dopo interrogatori e torture faranno del loro spirito liberatorio e della loro amicizia una forza indissolubile. L'ingiusta condanna a morte le rese vittime coraggiose di un potere feroce.

RECENSIONI
Nel 1939, quando le truppe del generale Franco entrarono a Madrid, trionfanti per la vittoria della guerra civile, per i membri, i collaboratori, o anche soltanto i simpatizzanti del Partito Comunista di Spagna, ebbe inizio una feroce, sistematica repressione.
In storiografia, con l’episodio delle tredici rose si ricorda la tragica fine di un gruppo di ragazze – molte di loro ancora minorenni – accusate (ingiustamente) di aver collaborato nella preparazione d’un attentato ai danni del Caudillo. Le tredici rose subirono dapprima violenze d’ogni tipo nei commissariati madrileni, quindi furono portate in carcere, condannate alla pena di morte attraverso processo-lampo, e infine fucilate.
Martínez-Lázaro riprende la storia così come è stata narrata da Jesus Ferrero (sceneggiatore di Matador di Almodovar) nel romanzo omonimo – in Italia pubblicato da Gran Via – mettendo l’accento sulla storia di cinque ragazze: Blanca, cattolica e priva di una qualsiasi militanza politica (anzi, non farà che ripetere a tutti: «ho sempre votato per la destra»); Julia, la più «rossa», nonostante sia fidanzata con un soldato dell’esercito franchista (che però, per lei non muoverà un dito); Virtudes, la bambinaia malinconica, innamorata d’un sovversivo; Adelina, interpretata dalla nostra bravissima Gabriella Pession (per la quale, in Spagna, la critica ha speso belle parole). E infine la quattordicesima rosa, la sopravvissuta Carmen, poco più d’una bambina: a lei, dalla sua cella, toccherà ascoltare i colpi di fucile con i quali, sulla collina del cimitero, le sue amiche e compagne saranno uccise. A lei toccherà raccontare la storia.
Martínez-Lázaro, forte d’un ottimo gruppo di interpreti femminili (ma anche maschili: Adriano Giannini, nella veste del sadico commissario Aurelio Fernández Fontenla, sorprende in positivo), indugia a lungo sui volti delle sue attrici, registrando i cambiamenti d’animo di ragazze che, a poco a poco, si rendono conto d’essere al centro d’una vera e propria caccia alle streghe. E allora la forza, la voglia di cambiamento, la ribellione (che per loro significava lanciare in aria volantini di denuncia, non certo uccidere qualcuno), cedono il passo alla frustrazione, all’impotenza, e poi – questo solo dopo un processo che fu una farsa e che sorprese, innanzitutto, le stesse imputate – la paura, la disperazione, la consapevolezza di non avere più tempo (tempo d’amare, di crescere, o ancora, come nel caso di Blanca, che è madre, tempo di veder crescere).
Anche se realismo e finzione si compenetrano, il film è esempio di come, con la monografia, si riesca a dar conto d’un intera pagina della storia e di come il cinema possa farsi didattico: se le immagini iniziali del film sembrano documenti di repertorio, le parole che le condannate, nel finale, scrivono ai loro cari, sono realmente tratte da quelle lettere che rappresentano la loro ultima testimonianza. «Che il mio nome non sia cancellato dalla Storia» scrisse Julia Canesa, pochi istanti prima della fucilazione, alla luce delle candele accese nella sagrestia della chiesa ove le ragazze ottennero il perdono finale. E Martínez-Lázaro sembra esprimere tutto il suo sdegno nella scena del confessionale, nella figura del prete che chiede ad una delle condannate di confessare i suoi peccati: lei non può che rispondere «nessuno».
Nonostante le scene forti non manchino, soprattutto per le violenze che si consumano nelle sale del commissariato di Fontenla (munito d’un selvaggio picchiatore), il finale, con le tredici ragazze strette l’una all’altra di fronte a un plotone di soldati poco più che bambini, assurge, per drammaticità, a scena madre, riuscendo a cogliere l’attimo esatto in cui un mazzo di rose – rosse, naturalmente – appassisce.


Falangisti che odiano le donne
di Emilio Martinez Làzaro

Il 1 Aprile 1939, l’entrata a Madrid delle truppe di Franco segna la fine della guerra civile spagnola. Temendo la sanguinaria repressione che si sta avvicinando, molti Repubblicani scappano dal Paese, ma altri, numerosi, restano e combattono. È il caso delle tredici giovani donne protagoniste di questa storia vera. (sinossi)

Per non dimenticare.Le tredici rosenon è certo un capolavoro, anzi, nella sua messinscena convenzionale e talvolta un po’ leccata vi si scorge anche qualche ombra, qualche scelta compromissoria, ma nel complesso è apprezzabile il tentativo di dare voce a uno dei tanti episodi più o meno rimossi di brutale repressione che il regime franchista mise in opera, durante il lungo periodo di permanenza al potere. Qui, nella fattispecie, si è al termine della Guerra Civile coi Falangisti che entrano trionfalmente a Madrid, non esitando certo ad attuare le rappresaglie di rito nei confronti dei vecchi oppositori, già ridotti in taluni casi alla clandestinità. La storia su cui ci si sofferma è quella di tredici donne, alcune delle quali avevano frequentato circoli operai militando direttamente nella Brigata Socialista della Gioventù, mentre altre svolgevano incarichi assistenziali presso la Croce Rossa. Tra loro e tra gli uomini arrestati nello stesso periodo si cercheranno i capri espiatori, così da punire in modo esemplare sabotaggi e altre forme di ribellione tentati da chi si sforzò, disperatamente, di attuare una resistenza estrema alla presa del potere da parte di Franco e del fascismo in salsa iberica. Il regista Emilio Martínez- Lázaro così come gli sceneggiatori Barbara Di Girolamo e Ignacio Martínez De Pisón si sono orientati verso l’episodio in questione, culminato in un processo farsa e nelle successive fucilazioni di massa, dando prova di voler mettere in evidenza i profili umani delle tredici martiri contestualizzando così l’epoca terribile in cui si trovarono a vivere e morire.
Sotto il profilo registico il film non regala soluzioni geniali e picchi memorabili, in compenso la ricostruzione storica appare curata, sostanzialmente fedele, tale da inglobare senza strappi e omissioni di rilievo le tappe basilari di qualsiasi opera di impegno civile che intenda rapportarsi a simili situazioni. Le fasi salienti possiamo persino ripercorrerle insieme, brevemente: la fine delle ostilità col popolo di Madrid che torna a respirare, dopo l’incubo dei bombardamenti; la propaganda di matrice populista dei Falangisti, disposti peraltro a reprimere con la forza (esemplari le scene di pestaggi in strada) ogni accenno di dissenso; il ritratto delle giovani attiviste, desiderose da un lato di continuare la lotta e dall’altro di non compromettere se stesse e le proprie famiglie; il tentativo, da parte di alcuni che avevano combattuto al fianco dei “rossi”, di espatriare in Francia o di organizzare nel paese piccole sacche di resistenza; gli arresti successivi ad azioni dimostrative tra cui il lancio di volantini ostili a Franco; il tradimento di certi ex compagni; il carattere selvaggio e violento degli interrogatori portati avanti dagli uomini del regime; la volontà delle arrestate di ricreare un clima di solidarietà anche in prigione; l’andamento ignobile di un processo dalla sentenza già scritta; l’emotività che affiora prepotentemente di fronte al plotone d’esecuzione.
Sono tutti tasselli di un percorso cinematografico fortemente codificato, viziato forse da qualche sottolineatura melodrammatica di troppo (in primis la soffocante pressione della colonna sonora), d’altronde la sceneggiatura è abile nell’isolare spunti che servano a caratterizzare politicamente la pellicola: elementi del clero che prendono sempre posizione a favore del regime, come anche ragazzini il cui atteggiamento rivela già forme di inquadramento ideologico, ad esempio quando facilitano la cattura di qualche fuggitivo o mimano una fucilazione per gioco. Spiace dirlo, ma in questo percorso che procede per lunghi tratti coerente non mancano piccole e grandi stonature. Tale è, a nostro avviso, l’epilogo che sembra limitare il punto di vista delle vittime a quello espresso, attraverso la lettera al figlio, da una madre di chiaro orientamento cattolico. Allo stesso modo appare sospetta l’enfasi fosca e crudele che accompagna l’attentato dei ribelli, in cui perdono la vita un comandante della “Guardia Civil”, la figlia e l’autista, quasi a dire che senza queste azioni partigiane la repressione del regime sarebbe stata meno cruenta. Si coglie, insomma, qualche deviazione superflua per cui gli autori a tratti prendono le distanze dalla centralità della denuncia. Già più comprensibile ci pare lo sforzo di tratteggiare qualche crepa sul fronte della Spagna reazionaria, per esempio attraverso la figura della carceriera che nonostante la scorza dura e inflessibile dà segni di commozione per la sorte delle condannate.